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MONDO – In India con Francesco: notte nel deserto del Thar e poi fino a Jodhpur

Dopo un percorso di 6 ore in treno, arriviamo alle 5 del mattino a Jaisalmer, anche denominata la città d’oro, grazie alla presenza di costruzioni in pietra arenaria gialla. Siamo a ovest dell’India, ai confini con il Pakistan. I mezzi di trasporto ci portano dalla stazione al nostro hotel e già salendo, nonostante il buio, si cominciano ad apprezzare le costruzioni tipiche in arenaria scolpita. Mentre gli altri vanno a riposare, salgo sulla terrazza per gustarmi l’alba. Sotto di me, la vista della città e di fronte, in lontananza, il deserto del Thar. Vivo il primo risveglio della città con le preghiere del tempio induista vicino, qualche mucca che inizia a scrutare tra i rifiuti gli scarti vegetali che vengono loro donati. Fumo una sigaretta in attesa della colazione.

L’escursione nel centro storico ci mostra una città leggermente più pulita rispetto alle prime, ma soprattutto molto curata nelle facciate esterne ricche di motivi decorativi.

Dopo il solito pasto vegetariano, ci dirigiamo nel deserto dove trascorreremo la notte. Io, Livia e Pierpaolo lo facciamo sulla cappotta di una jeep nella speranza di non essere ribaltati. Tra le scene di vita quotidiana, la nostra posizione del loto che va letteralmente a farsi fottere e con i muscoli completamente indolenziti, raggiungiamo il punto in cui ci aspetta Naru insieme ad altre due persone e otto cammelli. Salgo sul secondo e mi reggo con una precarietà a tratti imbarazzante sul piccolo sostegno avanti a me. Sembra un viaggio infinito. Per me che in vita mia al massimo ho cavalcato una 883 con assetto ribassato, cavalcare un cammello risulta abbastanza difficile, ma riesco tranquillamente a raggiungere il punto da dove ci godremo il tramonto e a gustarmi ciò che scorre intorno a me in maniera lenta (prima birra a parte).

Naru ci porta una dozzina di birre. Di queste la prima la butto giù in un niente. Forse a causa del caldo. Forse della tensione passata tra il viaggio in cappotta ed il proseguimento in cammello. Forse per la sete o forse per un mix di tutte le cose messe insieme.

La seconda invece me la gusto così come mi gusto il sole che, pian piano, scende regalandoci la notte.

Proseguiamo facendo due chiacchiere e qualche gioco mentre, in maniera lenta e su un flebile fuoco, i ragazzi di origine beduina cucinano. La notte non ci regala lo spettacolo delle stelle a causa della presenza della luna piena, ma in compenso trascorriamo una piacevole serata grazie alla musica ed alle chiacchiere con i ragazzi.

Al mattino restiamo tutti nel nostro fagotto realizzato alla meglio. Gli sguardi rivolti ad est in attesa dell’alba. Una colazione fatta con noodles ed il ritorno verso la città. Una breve sosta al villaggio di Naru ci mostra la vita di questa gente. Ci addentriamo tra le poche case che lo compongono, tra bambini, qualche adulto, vacche, capre e cani. Ci invitano in una casa dalla quale una cassa spara musica dance fortissima. La stanza è piccola ma tutti danzano. 

Sono le 9 del mattino circa ed è tutto così surreale!

Tutto estremamente bello!

La mia testa è ancora avvolta in tre scaldacollo usati per la notte. Un bambino scalzo e con due orecchini mi si avvicina con un sorriso sdentato. Gliene dono uno tra le urla scherzose degli altri. Un ragazzo sui venti anni invece mi chiede se quella che ho in testa è una torcia. Gli dico di sì. Andiamo in una stanza buia, chiudiamo la porta, accendo la mia torcia frontale e la stanza s’illumina mostrandomi, tra le varie cose, il suo viso stupito. Usciamo e gliela posiziono in testa come si fa con la corona reale. Lo immagino già stasera, con la padronanza di un re, al primo buio, girare nel villaggio con in testa la sua corona di luce costatami tre euro e fare tutte le incombenze con le mani libere.

Lasciamo il villaggio con Naru, un ragazzo giovane che non ha mai fatto un solo giorno di scuola ma che conosce sette lingue tra cui giapponese e coreano (oltre all’inglese meglio di me che la scuola l’ho frequentata), che ha il sogno di avere 11 figli per comporre una squadra di cricket e che vive tra cammelli e sabbia in attesa di un altro gruppo che gli dia, in cambio di un’escursione, l’essenziale per sopravvivere.

Una doccia fredda con shampoo, un lassi con yogurt ed una birra in terrazza prima di raggiungere il prossimo treno con destinazione Jodhpur.

Alla stazione il caldo è asfissiante. Dei mezzi pesanti spostano lastre di arenaria da un camion con delle fasce usurate. Entro in treno ed occupo il mio posto che condivido con un indiano che russa a tratti, la moglie che dorme a bocca aperta e la figlia che guarda un film di Bollywood sul suo smartphone.

Mentre intorno a noi scorre un pezzo di India che continua a donarci le sue mille facce multicolori, arriviamo a Jodhpur. Fuori la marea di tuc tuc che per poco non fa a botte per capire chi porta cosa. Mangio erba del deserto e chapati. Tutto è molto delizioso. Conosco Patrik. Un signore con fisico asciutto e rasta bianchi che ha lasciato la Francia 43 anni fa per vivere qui. Facciamo due chiacchiere prima di ritirarmi sul terrazzo del Corsical. Intorno a me c’è tutta la città che scoprirò domani. 

Sotto i ragazzi che chiacchierano. 

Addosso una leggera brezza rilassante con il sottofondo di “Instant street” dei dEUS in un live del 2012.

Amo immensamente la vita. Francesco Torrico

RISVEGLIO NEL DESERTO
SULLA CAPPOTTA DELLA JEEP NEL DESERTO DEL THAR
PRONTO PER LA PARTENZA
UNO SCORCIO DI JAISALMER
NEL VILLAGGIO DI NARU

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